Quest’anno ricorrono gli 80 anni della nascita della Repubblica italiana e dell’estensione del diritto di voto alle donne. Questa ricorrenza rappresenta non solo una fondamentale conquista di parità di genere, ma anche un passaggio decisivo nella trasformazione dell’ordinamento dello Stato italiano.
Nel 1946 con le elezioni amministrative del 10 marzo e con il referendum istituzionale Monarchia-Repubblica, insieme all’elezione dell’Assemblea costituente del 2 giugno, prende forma un sistema democratico fondato sulla sovranità popolare, in luogo della precedente concezione statuale di matrice monarchica.
Il suffragio universale, finalmente esteso anche alle donne, costituisce il corollario necessario di tale trasformazione: le donne diventano soggetti del potere costituente e non più semplici destinatarie delle decisioni pubbliche. Questa concezione inclusiva trova espressione nell’articolo 1 della Costituzione, che attribuisce la sovranità al Popolo nel suo insieme, senza distinzioni di sesso, censo o istruzione, come fu in età statutaria.
Il voto alle donne, affermatosi nella fase di transizione costituzionale, è dunque una conquista così radicale da diventare una precondizione implicita della Repubblica stessa, che neppure l’Assemblea costituente avrebbe potuto mettere in discussione.
Nel corso degli ultimi ottant’anni si è progressivamente superato un sistema giuridico segnato da profonde disuguaglianze. Tra i passaggi più rilevanti si possono ricordare le sentenze costituzionali n. 126/1968 e n. 147/1969, che hanno eliminato il sistema penale discriminatorio sull’infedeltà coniugale, e la riforma del diritto di famiglia del 1975 (l. 175), che ha sancito l’uguaglianza tra i coniugi.
Parallelamente, si è rafforzata la tutela della persona: negli anni successivi si afferma il principio di autodeterminazione, vengono aboliti il delitto d’onore e il matrimonio riparatore (1981) e la violenza sessuale è ricondotta alla categoria dei reati contro la persona: è perseguibile d’ufficio nei casi più gravi e, negli altri casi, su querela irrevocabile della parte offesa (1996). Più recentemente, si sono sviluppati strumenti sempre più articolati contro la violenza di genere.
Sul piano lavorativo, l’affermazione della parità di accesso alle professioni e il riconoscimento della parità salariale (tra gli anni 60 e 70) non ha eliminato, tuttavia, significative differenze tra uomini e donne nel mercato del lavoro. L’Unione europea e l’Italia sono attualmente impegnate a contrastare le discriminazioni, ma queste spiegano solo una parte del fenomeno. Alla base di tale divario vi è, infatti, soprattutto la difficoltà di conciliare lavoro e responsabilità familiari, che porta molte donne a concentrarsi, di fatto, in settori e ruoli meno remunerati e con minori opportunità di carriera.
Più recenti sono le misure volte a rendere effettiva l’eguaglianza sostanziale nella rappresentanza politica, che hanno trovato un forte impulso dalle riforme costituzionali del 2001 (con riferimento alle Regioni) e del 2003 (con riferimento allo Stato).
Alcuni hanno criticato le cosiddette quote rosa, più in generale, perché premiano il genere e non le vere competenze. Questa tipologia di azioni positive, tuttavia, non nasce per premiare un genere a prescindere dal merito. Nasce come strumento destinato a correggere squilibri strutturali che il solo richiamo all’uguaglianza formale non riesce a superare.
Le misure di riequilibrio sono compatibili con il principio di eguaglianza nella misura in cui mirano a rimuovere ostacoli di fatto che limitano l’accesso paritario alle opportunità. Tali misure, pertanto, non possono disconoscere il merito, ma devono creare le condizioni perché il merito possa emergere anche dove è stato a lungo invisibile o penalizzato.
Per queste ragioni, le quote non possono essere una soluzione definitiva ma solo uno strumento di transizione da utilizzarsi in maniera ragionevole, proporzionata e non arbitraria. La parità deve diventare un dato strutturale, non un’eccezione regolata a regime.
In questo senso, la ricorrenza dell’estensione del suffragio alle donne ci ricorda che il voto è l’espressione della sovranità del popolo e non di una concezione astratta dello Stato o, sul piano sovranazionale e internazionale, degli Stati. La sfida odierna consiste nel trasformare una partecipazione popolare distante e talvolta passiva – perché percepita come mero rito formale – in una cittadinanza consapevole, capace di usare il voto come reale strumento di incidenza nella vita democratica, per il perseguimento dei diritti e dei valori costituzionali.
È disponibile a questo link la video-intervista sul tema, realizzata in occasione della ricorrenza dell’80° anniversario della Repubblica e pubblicata nel numero di giugno di Conversazioni con la Scienza, rubrica del CNR DSU.