Il dibattito parlamentare sulla riforma di Roma Capitale prosegue e, di recente, è emersa la notizia del raggiungimento di un’intesa di massima tra le forze parlamentari di governo che prevede l’avanzamento dell’iter di revisione dell’articolo 114 della Costituzione per il passaggio di poteri decisionali diretti alla Capitale. La revisione dell’articolo 114 si colloca all’interno di un processo più articolato di riorganizzazione del sistema territoriale nazionale, volto a valorizzare anche le altre grandi aree urbane del Paese. Il nuovo disegno rappresenterebbe un punto di svolta per le città metropolitane che, pur in assenza di potestà legislativa, verrebbero investite di responsabilità amministrative in ambiti che richiedono capacità di integrazione territoriale e rapidità decisionale.
Roma Capitale continua a rappresentare il soggetto centrale del processo di riforma, vedendosi riconosciuto uno status autonomo e una capacità normativa propria, alla luce della propria funzione di capitale politica, in coerenza con i modelli delle principali metropoli europee. Tuttavia, il legislatore sembra aumentare lo spettro di intervento attraverso una redistribuzione delle competenze anche verso le altre aree metropolitane, tenendo conto della loro centralità nell’attuazione delle politiche pubbliche.
Le materie riconducibili a questo livello di governo, che lo Stato potrebbe attribuire, sono quelle connesse alla dimensione urbana e metropolitana, come il governo del territorio e la pianificazione urbanistica, la mobilità e il trasporto pubblico locale, l’ambiente e i rifiuti. Da un punto di vista teorico, il processo in atto può essere interpretato come un passaggio verso una forma di governance policentrica di tipo funzionale, nella quale le competenze non vengono riallocate secondo un disegno gerarchico, ma tendono a essere assegnate laddove si esprimono capacità operative in grado di dare risposte dirette ai cittadini.
Questo spostamento di funzioni verso il livello urbano non può che incidere anche sul ruolo delle Regioni. A venticinque anni dalla riforma del Titolo V, il sistema regionale si trova a operare in un contesto diverso da quello originariamente previsto: da un lato le Regioni devono confrontarsi con l’attuazione solo parziale del federalismo fiscale, anche a causa del susseguirsi di azioni di riaccentramento da parte dello Stato centrale; dall’altro si trovano esposte alla possibilità di vedersi sottrarre funzioni a causa dell’emergere di nuove dinamiche “dal basso”, guidate dalle città e dalle aree metropolitane, anche a seguito della rimodulazione del ruolo delle province conseguente alla Legge Delrio.
In questo quadro, le Regioni sembrano chiamate a ripensare il proprio ruolo all’interno di una governance multilivello più articolata rispetto al passato, dove le funzioni di coordinamento e di indirizzo strategico potrebbero assumere forme diverse. La riforma di Roma Capitale e il rafforzamento delle funzioni delle altre città metropolitane si inseriscono in un contesto già segnato dal processo di attribuzione asimmetrica di competenze alle Regioni, nell’ottica del regionalismo differenziato, oggi in una fase avanzata del suo percorso attuativo, aprendo così uno spazio di sperimentazione istituzionale che merita di essere analizzato con attenzione. Resta, infatti, da verificare se il modello che si va delineando saprà rivelarsi più efficace nel governare la complessità delle società urbane contemporanee. La riforma dell’articolo 114, così come oggi discussa, non chiude, dunque, il dibattito sulla governance multilivello in Italia, ma ne rappresenta piuttosto una nuova e significativa fase.